The face of remembrance, Alessio Fusi

The face of remembrance,

Memory doesn’t entertain the concept of repression, not entirely. This is why our eyes give in to it in our perception of the world out there; the things we forget about often share this tragic fate because we are the ones who decide to stop seeing them.
It’s in this dimension of subtraction that Giuseppe Mastromatteo sets his latest project, Euphoria. It’s the story of a family shaken by chaos of chronic psychosis — a shadow cast on the author’s sister, Gabriella. Yet, the woman manifests herself again, silent but incredibly clear, like a memory doll, bearing on her shoulders the full weight of what can’t stay hidden behind a fake smile anymore: pain.
This way, folded between the compact pigment of photographic paper and Giuseppe’s thoughts, Gabriella, who is the missing subject from his childhood, poses again — not in the body, but unchanged in her emotional absence.
It’s impossible to eradicate a presence from a memory.
Despite the effort in drowning it in the dark magma of our minds, its breath remains present, like a distant whisper — so hard to reach and to erase.
Even when a body disappears from an image — physically, as if it were torn out — a wake of emotions clings to those who remain, casting the full weight of a denied presence over their gaze.

As an adult, I realize if I make something and leave it in public for any period of time, I can create an environment where that object or writing acts as a magnet and draws others with a similar frame of reference out of silence or invisibility.

This is how David Wojnarowicz, in the stream of consciousness of his essay collection Close to the Knives, describes the role of his artistic and intellectual contributions as a call to collective emancipation. Wojnarowicz, who wore the scars of marginalization, seems to inspire Giuseppe Mastromatteo when he reminds us that it is society that casts shame on the sick, by stigmatizing their behaviors.

Mastromatteo, sharing Wojnarowicz’s sensibility, chooses a gentle visual grammar that suddenly breaks through reserve, disarming and drawing the viewer in.

In a way, it’s almost as if Giuseppe walked his timeline in reverse to propose an alternative reading of reality, in practice putting the plasticity of a mask at the service of a resurrection through images.
Through the allegorical device of the joint self-portrait, he creates a safe space for himself, his mother and his sister — sheltered from the flow of life, where every nuance of the bond that still unites them can be examined. It’s the miracle of empathy.

Through a minimalistic set design, almost sterile were it not for the hyperrealistic facial prosthetics, Giuseppe unearths the guilt and the unspoken words that severed the thread of his family life. With disarming courage, he lays himself bare, building a narrative of great emotional weight — suspending all moral judgment to make room for reconciliation.

Photography, when it’s honest, acts like a mirror, capable of reflecting any lie. Euphoria is a work of introspection and relational reconstruction that pushes beyond known limits. Starting from the trauma of a personal story, long suffered and concealed, Giuseppe develops a Kafkaesque imaginary — a semiological and therapeutic metamorphosis through which anyone can turn the tide of their own destiny, seeking to remedy the mistakes of the past and honoring its wounds.

 

Alessio Fusi


Il volto del ricordo

La memoria non concepisce fino in fondo il concetto di rimozione e per questo motivo lo sguardo la asseconda nella percezione del mondo esterno; spesso le cose che dimentichiamo incorrono in una sorte tanto tragica perché siamo noi che decidiamo di non vederle più. Ed è in questa dimensione della sottrazione che Giuseppe Mastromatteo ambienta il suo nuovo progetto Euforia.

È la storia di una famiglia scossa dal caos di una psicosi cronica che getta un velo di ombra sulla sorella dell’autore, Gabriella. Eppure, la donna torna a manifestarsi silenziosa ma incredibilmente nitida, come una bambola dei ricordi che sorregge il carico di ciò che non può più essere nascosto dietro un finto sorriso: il dolore. Così facendo, tra i pigmenti compatti della carta fotografica e le pieghe del pensiero di Giuseppe, Gabriella, il soggetto mancante dalla sua infanzia, torna a posare, carnalmente invisibile ma immutabile nella sua assenza sentimentale.

È impossibile estirpare una figura da un ricordo.
Nonostante gli sforzi di annegarla nel magma oscuro della mente, il suo respiro resta presente, come un sussurro lontano e perciò difficile da raggiungere e da cancellare.
Persino quando un corpo scompare materialmente dalla superficie fisica dell’immagine − come per mezzo di uno strappo − la sua traccia emozionale resta aderente ai soggetti superstiti, facendo pesare sui loro sguardi tutta la densità di una presenza negata.

Da adulto, ho capito che se creo qualcosa e lo colloco nello spazio pubblico, allo stesso tempo creo un contesto in cui quell’oggetto o quel testo agisce da magnete aiutando altre persone con un sistema di valori simile al mio a uscire dal silenzio e dall’invisibilità.

Così David Wojnarowicz, in quel flusso di coscienza che dà forma alla raccolta di riflessioni intitolata Sul filo della lama2, inquadra il ruolo del suo contributo artistico e intellettuale come un richiamo di emancipazione collettiva. Lui, che ha indossato le cicatrici dell’emarginazione, sembra ispirare lo sguardo di Giuseppe per ricordare che è la società a macchiare di vergogna i propri malati attraverso la stigmatizzazione dei loro comportamenti.

Dal canto suo l’autore, condividendo il codice valoriale intimista di Wojnarowicz, sceglie di strutturare una grammatica visiva gentile che di colpo rompe il muro del pudore per travolgere e coinvolgere la sensibilità altrui.

In un certo senso è come se Giuseppe percorresse la linea degli eventi a ritroso per proporre una lettura alternativa della realtà. All’atto pratico, mette la plasticità della maschera al servizio di una resurrezione iconografica. Ricorre alla poetica allegorica dell’autoritratto congiunto per posizionare i volti di sua madre, sua sorella e sé stesso all’interno di uno spazio sicuro, al riparo dallo scorrere della vita, per comprendere ogni sfumatura psicologica del rapporto che ancora li unisce. È il miracolo dell’empatia.

Mediante una costruzione scenografica essenziale, quasi asettica e però animata dall’inserimento di protesi facciali iperrealistiche, Giuseppe porta alla luce quei sensi di colpa e quelle parole mai pronunciate che hanno reciso il filo della sua esistenza familiare. Con invidiabile coraggio, si mette a nudo costruendo un racconto dalla forte carica affettiva: sospende ogni giudizio morale per preparare il terreno alla riconciliazione.

La fotografia, quando è sincera, si comporta come uno specchio capace di riflettere tutte le menzogne. Euforia è un lavoro di introspezione e ricostruzione relazionale che oltrepassa i limiti conosciuti. Giuseppe, partendo dal trauma di una storia personale sofferta e celata per anni, mette a punto un immaginario kafkiano. Il suo lavoro si fa sintesi di una metamorfosi semiologica terapeutica grazie alla quale ognuno può risollevare le sorti del proprio destino, cercando di rimediare agli errori del passato e solennizzandone le ferite.

 

Alessio Fusi